pensieri ed immagini della mia vita

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Orti, leggende e homebrewing .

La primavera quest’anno sul lago è esplosa lesta, dopo un’inverno mite e molto piovoso, il grigiore abbandona i boschi per lasciare il posto a mille tonalità di verde l’aria si carica di profumi i prati si ricoprono di primule e pruni, peschi e ciliegi si ammantano di rosa pallido e rallegrano il cuore.

#primavera #mondoteo #LagoMaggiore #flower #primvera #LagoMaggiore

Come avevo già scritto nel finale del mio penultimo post la cantina piange ed è ora di scrollarsi di dosso la pigrizia e cimentarsi nella produzione, la prima cotta da 30 litri che ho scelto di produrre è una blanche in stile Bruxelles, l’anno scorso avevo prediletto birre scure dal carattere forte ma poco adatte alla calura estiva e soprattutto troppo generose per accompagnare le pietanze più leggere. Quindi una volta controllata e pulita l’attrezzatura e procuratami la materia prima sono andato a recuperare l’ingrediente principale ovvero l’acqua, così una mattina di buon ora caricate le taniche mi sono diretto alla Strula la fonte di Levo che si trova all’uscita del paese prima di immettersi sulla strada panoramica che si collega alla strada che porta a Gignese ed al Mottarone.

#mondoteo #water #LagoMaggiore

Dalla fonte si gode anche di una vista sul lago emozionante, mentre la tanica si riempiva mi sono acceso una sigaretta e ho incominciato a spaziare lo sguardo per quel panorama che conosco come le mie tasche ma che riesce comunque a emozionarmi come se fosse sempre la prima volta. Mentre sulle rive del lago ci si prepara ad accogliere stormi di turisti i grandi alberghi aprono i battenti e le corse dei battelli aumentano e i ritmi si fanno man mano più frenetici sulle colline si puliscono gli orti e si preparano le semine e i ritmi sono quelli imposti dal naturale evolversi delle stagioni.

#LagoMaggiore #Levo #orti

Rimanendo in questo quadretto bucolico c’è una vecchissima leggenda su Levo, una di quelle storie che i nonni raccontavano ai bimbi nelle lunghe serate invernali davanti al camino prima di mandarli a dormire e che oramai in pochi ricordano e che riporto come l’hanno raccontata a me……

Lungo la panoramica che collega Levo a Gignese si incontra una località chiamata Gatèe (tradotto dal dialetto significa più o meno luogo abitato dai gatti) si narra che in uno dei punti panoramici nei pressi di Levo Iddio abbia mandato un’invasione di gatti come flagello per punire i paesani che si erano resi colpevoli di peccati gravissimi. Il branco demoniaco uccideva per piacere e per nutrirsi ogni giorno più polli, conigli e agnellini che potevano. E come succede nei momenti bui la gente, danneggiata e soprattutto impaurita dalla ferocia da quella orda gattesca, ritrovò la fede assopita da anni di abbondanza e si rivolse al parroco per invocare l’aiuto divino per terminare quello che appariva un vero e proprio stermino e ridonare pace al paese. Il parroco che era considerato un sant’uomo a quel punto salì sul campanile che dominava la zona infestata e lanciò una sequela di esorcismi su quei gatti diabolici che stavano seminando miseria, questi colpiti dalla maledizione si riversarono fuori dal paese in un terreno elevato condannati a guardare perennemente il lago. Là senza acqua e nutrimento la torma felina perì liberando finalmente il paese che festeggiò cantando lodi al signore. Ancora oggi quella zona si chiama Gatèe e a quanto pare i gattini di paese non hanno il coraggio di avventurarcisi.

#Levo #LagoMaggiore #primavera #campanili

Raccolta l’acqua e ritornato nel mio laboratorio (la mia cucina) mi sono messo a brassare, come avevo detto prima la prima cotta dell’anno è una blanche ma come al mio solito mi sono dato alla sperimentazione, aggiungendo miele di agrumi e zenzero fresco sperando di non aver esagerato, comunque non penso che andrà sprecata anche perchè questa cotta è per innaffiare le libagioni che riempiranno la mia tavola nel giorno del mio compleanno a metà giugno!!  

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Homebrewing: il risveglio del birraio.

Ritorniamo a parlare di birra finalmente!!! Prima di tirare fuori l’attrezzatura e ricominciare a brassare voglio fare un paio di riflessioni e tirare il bilancio di questo primo anno di homebrewing. Le birre che ho brassato l’anno passato erano tutte come dire “sperimentali”, era tanto tempo che non brassavo e quando ho ricominciato volevo che le mie nuove produzioni fossero migliori delle mie prime cotte fatte da giovinastro, che per quanto genuine e ruspanti avevano poca personalità e dio…… facevano scoreggiare di brutto!!! Il che le rendeva ottime per serate ignoranti di fantozziana ispirazione. Quindi scoraggiato dai miei stessi scarsi risultati ho accantonato un pò la pratica per tantissima grammatica finchè mi fosse tornata l’ispirazione che arrivò, come per ironia, in una grigliatozza ignorantissima. Da qua nacqero la Brisino, la Urchitt e la Fiòca che alla loro prima brassatura sono andate oltre ogni mia rosea aspettativa.

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Quest’anno però l’asticella della difficoltà si alza, l’esperienza che ho accumulato l’anno scorso mi obbliga a migliorarmi sul piano pratico, ho deciso di sperimentare altri tipi birrari, la Brisino è stata la birra che ha risvegliato il birraio che c’è in me e la farò ancora in futuro ma era troppo simile alla Urchitt quindi alla fine ho privilegiato la seconda, per il suo aroma intenso supportato da un buon corpo e corroborata dal suo tenore alcolico a patto di un lungo periodo di affinamento, l’altra conferma è la Fiòca tra gli esperimenti dell’anno scorso è stato sicuramente il più oneroso per il costo ed il tipo di materie prime che ho utilizzato………ma con i piedi allungati davanti ad un allegro focolare ed un buon boccale in mano mi sono reso conto di avere speso bene i miei soldi!!!!

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L’altro aspetto da migliorare di questa nuova avventura è la parte che riguarda il web, nei post che hanno aperto questo “nuovo” capitolo del mio blog, l’idea di omaggiare la vecchia cultura rurale attraverso il recupero delle damigiane è stato un ottimo punto di partenza ma col senno di poi avrei potuto sviluppare meglio l’argomento. Poi come spesso succede l’ispirazione viene nei momenti più disparati……nel mio caso al cinema mentre stavo guardando il secondo capitolo de lo hobbit……Il genere letterario fantasy nasce direttamente da quel mondo fiabesco fatto di miti e leggende di storielle che i nonni raccontavano ai bambini nelle lunghe gelide serate invernali passate davanti al camino, allora mi sono domandato quali erano le storie le leggende che i nostri nonni raccontavano ai nostri genitori prima di andare letto? Noi, generazione cresciuta parcheggiata davanti alla tv cosa ci siamo persi? Ma soprattutto esisteranno ancora queste storie nelle memorie dei nostri nonni? Per dare risposta a queste domande mi sono gettato nelle ricerche tra libri e bibblioteche scoprendo un sottobosco di favole e di leggende che circondano il lago!! Per esempio qua a Brisino dove abito c’è la leggenda del fantasma di della chiesa di S. Albino, oppure la favola della giòbia che è conosciuta anche sulla sponda lombarda e molte altre!

Brisino

Ora non mi resta che mettermi al lavoro perchè siamo a Marzo, le giornate si allungano e la primavera è alle porte, i rigori del gelido e soprattutto piovoso inverno si dissolvono al tepore di un sole primaverile che finalmente scalda le ossa e la mia cantina comincia ad essere tristemente vuota.

 

 

 

 

 

Idromele: dalla leggenda……al boccale.

Che cos’è l’idromele? E’ un fermentato a base di acqua e miele detta così in maniera semplice e spiccia,da non confondere come fanno molti con il sidro che è fatto con il succo delle mele. Bevanda mitica alla quale sin dalla antichità si attribuivano proprietà magiche e benefiche. L’origine di questo fermentato si perde nelle pieghe del tempo, i romani e i greci la chiamavano ambrosia, il cibo degli dei, nella mitologia vichinga vuole che l’idromele fosse stato rubato da Odino in persona ai giganti ed avesse il potere di far diventare poeta chiunque se ne fosse beatamente inebriato, bevanda sacra anche per i celti che invece ne facevano un uso “religioso” durante le cerimonie che segnavano i solstizi.

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Il mio interesse per questa bevanda invece nasce dalla mia passione per il Fantasy genere letterario riportato in auge grazie alla trasposizione su grande schermo dei classici Tolkeniani (non vedo l’ora di andare al cinema per vedere il seguito de Lo Hobbit) e il mondo oltre l’armadio di Lewis (Narnia per chi non avesse afferrato) perfino Harry Potter si è dissetato con l’idromele! La mia curiosità cresceva a pari passo con la mia sete quindi qualche tempo fa mi dedicai alla sperimentazione, qualche tempo fa in libreria comprai “A tavola con gli Hobbit” edito dalla casa editrice A’ncora che tra le ricette proponeva pure quella per farsi un idromele casalingo e così mi misi al lavoro e dopo una lunga fermentazione e un ancor più lungo invecchiamento (la curiosità e la sete sono una pessima accoppiata) ho ottenuto un prodotto discreto. In questi mesi, come ho già ampiamente scritto, ho riscoperto la mia vena brassatoria e dopo la Brisino Brown Ale e la Ürchìtt Strong Ale avevo ancora voglia di mettermi a brassare.

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Così in una notte di luna nuova, dopo essermi procurato il necessario, mi sono messo al lavoro, ho lavato e sterilizzato tutto quello che mi sarebbe servito mi sono scelto la musica adatta, una compilation che spaziava dai Blind Guardian ai Manowar con scorribande nei territori più oscuri del black metal scandinavo creando intorno a me l’atmosfera adatta per la preparazione di questa mitica pozione che ho deciso di condividere con voi passo dopo passo come sempre seguendo i miei gusti personali.

INGREDIENTI (per circa 5l finali)

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  • 1,5 kg di miele (acacia o millefiori)
  • 1 limone non troppo maturo e con la scorza spessa
  • 1 arancia
  • 1 stecca di cannella
  • 1 cucchiaio di chiodi di garofano
  • 1 bustina di lievito ( il lievito decide l’esito finale del nostro lavoro quindi sceglietelo con cura, potete recuperarlo in negozi specializzati prodotti per la vinificazione oppure sui siti di homebrewing, quindi no ai lieviti chimici o a quello per fare il pane)

circa 4l di acqua di fonte sorgiva (se non avete la possibilità di avere acqua sorgiva l’acqua minerale imbottigliata va più che bene!)

FASE 1:

A costo di sembrare noioso ricordo che la pulizia e la disinfezione di tutti gli strumenti che andremo ad utilizzare diminuiscono il rischio di veder vanificato tutto il lavoro per una contaminazione, quindi in una baccinella preparate una soluzione di acqua calda e metabisolfito di potassio e metteteci a bagno gorgogliatore, tappo i mestoli e una parte versatela nel fermentatore, nel mio caso una damigianetta da 5 l, assicuratevi che sia tutto pulito e sterile.

FASE 2:

Sbucciate il limone e l’arancia in modo da ottenere con le scorze due spirali che andremo ad unire usando i chiodi di garofano come graffette in modo da liberare gli aromi contenuti nelle scorze, poi spremere il restante del limone per ottenerne il succo.

FASE 3:

Riempire una pentola con 3 l della nostra acqua di fonte e accendere il fuoco tenendolo basso in modo che l’acqua si scaldi lentamente,quando l’acqua comincia ad intiepidirsi mettete in infusione la stecca di cannella e dopo 5 minuti le nostre spirali di scorze d’arancia e limone. Sempre a fuoco lento lasciatele in infusione per almeno una 20 minuti.

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FASE 4:

Quando comincierete a sentire il profumo delle spezie potrete cominciare a versare lentamente il miele, mantenendo sempre la fiamma bassa in modo da scioglierlo delicatamente e permettergli di mantenere tutte le sue proprietà nutritive, mescolando il mosto così ottenuto in modo che sia uniforme ed omogeneo.

FASE 5:

Aggiungete il succo di limone al mosto e alzate la fiamma fino a portalo ad ebollizione, la bollitura serve per sterilizzare il mosto, quindi fatelo bollire 2/3 minuti.

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FASE 6:

A questo punto il mosto va tolto dal fuoco e raffreddato, riempite il lavandino con acqua fredda e sulfondo adagiate due coltelli e appoggiatevi sopra la pentola in modo che il fondo della pentola non sia a contatto con il fondo del lavandino, questo piccolo trucchetto vi aiuterà a raffreddare il mosto in maniera più veloce, in caso che serva ripetete l’operazione un paio di volte.

FASE 7:

Nella nostra damigiana/fermentatore aggiungete 1 litro d’acqua fresca e una volta tiepido il mosto tramite imbuto,questa operazione serve ad ossigenare di nuovo il mosto in quanto la bollitura ne ha privato della maggiorparte fatto questo reimmergiamo questa volta la damigiana nell’acqua fredda per fargli raggiungere la temperatura ambiente.

FASE 8:

Nel barattolo ancora sporco di miele versiamo un bicchiere d’acqua ritappato lo scuotiamo per bene in modo da fare una soluzone zuccherina nella quale verseremo il lievito in modo da riattivarlo per il momento dell’inoculazione.

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FASE 9:

Quando vedrete che il lievito comincia a lavorare potrete versarlo nel mosto, poi tappate con il gorgogliatore la boccia in modo che la CO2 prodotta dalla fermentazione faccia esplodere tutto se non avete un gorgogliatore potete coprire la bocca della boccia con tre o quattro strati di garza sterile che permettono all’anidride carbonica di uscire e mantiene il mosto separato da agenti inquinanti quali polvere e animali indesiderati.

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Terminate tutte queste operazioni era ora di trovare un luogo asciutto e sufficientemente fresco da assicurarci che il nostro idromele riposi senza troppi sbalzi di temperatura e ci sia poca luce, purtroppo l’unica camera con questi requisiti è la mia camera da letto e dato che la fermentazione andrà avanti per circa un paio di mesi l’ho messa sulla mia libreria circondata dai miei Fantasy in modo che non si annoiasse!

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Devo dire che sono rimasto con il fiato sospeso fino a quando il gorgogliatore non si è fatto sentire! Ora bisogna solo attendere e intanto per ingannare il tempo mi toccherà inventarmi qualcos’altro!

Dalla damigiana alla bottiglia ed altre divagazioni.

Un paio di settimane fa vi ho raccontato in un post di come abbiamo ridato vita a delle vecchie damigiane abbandonate in una stalla nel cuore della mia cara e vecchia Brisino. Mentre la nostra “ragazza” era a riposo, trattata con tutti i riguardi e coccolata un pò come una gestante in procinto di dare alla luce una splendida “bambina”. Ma il lavoro vero è proprio era appena cominciato, dato che il “mastro birraio” sono io e tra me e la “ragazza” era stato amore a prima vista (anche se era coperta di polvere) mi consideravo il padre naturale della birra, ho messo al lavoro gli zii dandogli il compito di recuperare bottiglie di vetro per quando sarebbe stata pronta all’imbottigliamento. Mentre gli zii s’impegnavano nella raccolta io sentivo che mancava qualcosa per rendere la birra ancora più nostra, non mi sembrava abbastanza aver sostituito lo zucchero con il miele di castagno e la luppolatura sentivo il bisogno di darle un’identità………un’etichetta degna che la rappresentasse.

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In cerca della giusta ispirazione mi sono diretto verso “La bottega della birra” per cercare qualche idea tra le etichette esposte, ho anche approfittato dell’occasione per farmi un paio di birrette naturalmente, mentre osservavo le varie etichette e sceglievo il mio dissetante preferito notai un punto comune in tutto quel mosaico di stili e birre, tutte mettevano in risalto il loro luogo di provenienza chi sullo sfondo alcune prendendone addirittura il nome………qualcosa si era messo in moto e tornando a casa pensavo che fatta la birra dovevamo farle anche l’etichetta e quando sono arrivato a Brisino ed ho alzato lo sguardo ho avuto l’illuminazione.

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Quà sul lago siamo terribilmente campanilisti e ogni paese ha il suo nome ufficiale e il soprannome in dialetto per esempio noi brisinesi siamo gli ürchitt ovvero gli orchetti, gli stresiani i falcétt i falcetti, quelli di Someraro i burdün le rape e così via discorrendo seguendo questo ragionamento mi sono messo a disegnare……

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Ed eccola qua l’etichetta della nostra Brisino Brown Ale, lo so che la qualità artistica è quella che è…….il mio livello di bravura in disegno è poco di più superiore di un ragazzino delle medie, ma secondo me è perfetta quindi non fatela troppo lunga!!! Comunque la chiesetta che vedete sulla collina è proprio la chiesetta di Brisino che con il suo campanile scandisce il passare delle ore in un paese dove l’orologio si usa solo quando si và a lavorare.

Mentre mi dilettavo nei miei momenti di art attack comunque tenevo sotto controllo la “ragazza” e a metà ciclo quando la fermentazione si era fortemente attenuata con molta attenzione e cura l’ho travasata in una damigiana gemella così da dimezzare i residui e già che eravamo in vena abbiamo brassato 22 litri di abdijbier belga con le stesse personalizzazioni che abbiamo usato per la brown ale e questa l’abbiamo battezzata Ürchitt Strong Ale e dato che avrà un tenore alcolico decisamente più importante diventerà la gran riserva destinata a maturare almeno fino a novembre……..speriamo!!!

Non potevo comunque non farle la sue etichetta quindi mi sono lasciato di nuovo possedere dal demone artistico che oramai mi ha piegato al suo volere e dopo svariati tentativi ed una notte insonne ha prodotto questo………

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Non male vero?Questa però mi è venuta molto più facile e anche qua  la cara nostra vecchia chiesetta è presente in un’atmosfera un pò fantasy, come avevo detto l’altra volta io considero la piccola Brisino come una specie di Hobbitville!!!

Disegnando e sognando è giunto il finalmente il momento dell’imbottigliamento dopo aver controllato con il densimetro se la nostra “ragazza” era pronta, espletata questa piccola formalità che serviva a calcolare con un pò di approssimazione il grado alcolico che è risultato circa di 3,5% ed assaggiando il mosto che ho usato per la misurazione era ben amaricata con un lieve profumo di miele, onestamente pensavo che fosse un pò più forte ma questo dipende dal fatto che i preparati che ho usato andavano disciolti in 40 litri invece dei 50 litri d’acqua che abbiamo utilizzato, così abbiamo ottenuto una Extra bitter brown ale che promette veramente bene!! Prima di imbottigliare per favorire il priming abbiamo re-inoculato un litro di mosto non fermentato che avevamo conservato in frigorifero e poi ci siamo dati all’imbottigliamento.

Adesso comunque arriva la parte più dura convincere gli altri che il frutto di tanto lavoro ed impegno ha bisogno di maturare e per convincerli di ciò le ho messe sotto chiave, sono dei bravi ragazzi ma quando hanno sete sono difficili da gestire!! Settimana prossima saranno pronte anche le etichette che ho fatto fare da un’amico che lavora in tipografia e sto già pensando di brassare la birra di natale e dell’idromele ma questo è un’altra storia per adesso mi cullo la mia Brisino Brown Ale! E alla salute!!!

 

Cascine,damigiane e homebrewing

Io abito a Brisino un villaggio che d’inverno conta poco più di un centinaio di anime,c’è chi lo definisce isolato io lo chiamo intimo, godiamo di una posizione la cui vista abbraccia tutto il lago, siamo quassù appena sopra Stresa nonostante l’arrivo sporadico di qualche villeggiante mantiene armonia e pace perchè a Brisino non ci si và ci si capita. Qualche settimana fa mentre stavamo facendo una grigliata tra amici salta fuori che; nella vecchia stalla del nonno di uno dei miei soci aveva trovato buttate in un angolo una catasta di vecchie damigiane sotto diversi strati di polvere e sporcizia giacevano inutilizzate da almeno una cinquantina d’anni, una volta erano usate per conservare vino, olio e aceto.

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Quando proposi di dare una nuova vita a queste damigiane utilizzandole per fare birra sulle prime scatenò consensi, tanto che pensavo che mi prendessero per il culo, poi quando con calma gli spiegai dato che in passato avevo già fatto già sperimentato l’homebrewing con discreti risultati hanno cominciato a prendermi un pò più sul serio ma poi comunque l’aria goliardica e qualche grappino più in là il discorso era un pò caduto……fino a ieri quando per sfuggire alla noia di un’altra giornata grigia fredda e piovosa ci siamo messi all’opera per produrre una damigiana di birra!!!

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Ho rispolverato tutta la mia attrezzatura da homebrewer, che ho avuto al posto della liquidazione in una birreria in cui ho lavorato qualche anno fa, sono andato alla Bottega della Birra per comprare il malto, il luppolo e il lievito e già che ero la mi sono preso anche un paio di birre trappiste da bere con i miei aiutanti durante la preparazione. La parte più complicata di tutto questo colossale sbattimento è stata lavare e sterilizzare quella enorme boccia di vetro da 54 litri senza farla esplodere, ma con tanto sapone e tanta pazienza siamo riusciti a lavargli via decenni di inutilizzo riportandole alla loro lucentezza originale era come omaggiare una cultura rustica persa nelle pieghe del tempo scacciate dalla cultura moderna dove tutto va preso e consumato come se tutto avesse la scadenza come lo yogurt, questa boccia era solida fatta per essere funzionale soffiata da un unico blocco di vetro incandescente e ora era pronta ad una seconda vita. 

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Ora mancava solo l’acqua che abbiamo raccolto alla “fonte purissima”(si chiama proprio così) di Levo, un’altro paesello sopra le colline stresiane, era ora di cominciare a fare sul serio per questa birra ho scelto una bitter ale ad alta fermentazione venduta in barattoloni da 1,5 kg, molti homebrewer preferiscono il metodo cosidetto all grain, anche io vorrei cimentarmi in questa disciplina ma ho problemi di spazio quindi prediligo la produzione con i preparati che con i dovuti accorgimenti e con un pò di esperienza il prodotto finale è più che soddisfacente!! Il mio tocco personale a questa birra sono stati la sostituzione dello zucchero bianco con il miele di castagno che, oltre aiutare la fermentazione,andrà ad arricchire il corpo della birra e in bollitura ho aggiunto del luppolo in coni per darle più fragranza.

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Una volta pronto e raffreddato il mosto lo abbiamo messo nella sua nuova casa per le prossime 2 settimane e abbiamo aggiunto il lievito e quando è partita la fermentazione ci siamo rilassati e stappati una birra in attesa che la nostra sia pronta.

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Tra qualche mese, dopo l’imbottigliamento e la maturazione (e vi assicuro che ci sarà da lottare per riuscire a farla maturare) organizzeremo una bella festa io già mi immagino una bella porchetta che sfrigola su uno spiedo, amici assetati ed affamati tante risate un villaggio hobbit sulle colline che guardano il Lago Maggiore.

Tra birre e tradizione……

Oggi ragazzi ho voglia di parlarvi di birra!!Durante uno dei tanti mercatini dell’artigianato che organizzano nella mia zona ho incontrato che non offriva salumi o formaggi o opere di manifattura in molti casi vere e proprie chicche anche perchè la qualità dell’artigianato italiano non ha mai subito flessioni nel tempo anzi……in mezzo a tutto questo una bancarella mi ha attirato particolarmente offriva birra artigianale non filtrata prodotta nel vercellese zona dedita al riso ed al vino……

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Questa bancarella mi ha dato lo spunto per darvi l’imput per trovare un gusto nuovo,il rapporto degli Italiani con la birra è migliorato con il tempo grazie anche alla pubblicità ed alla comparsa dei grandi brand birrai europei trasformando le birrerie in pub dando la possibilità di affinare il gusto dell’italiano sempre abituato a bere birra come se fosse una bibita qualsiasi ignorando che la birra come il vino ha le sue regole per essere gustata nel pieno delle sue caratteristiche.

La birra in Italia è sempre stata vissuta come bibita portata dai popoli invasori che varcavano le alpi o via mare era vista molto di più come bevanda esotica e nel nostro gusto il vino era quello che la faceva da padrone ma il seme per l’inizio di una tradizione era stato piantato germoglierà poi molto tempo durante le dominazioni austro ungariche prevalentemente nel nord dell’ Italia.Quelle più conosciute La Menabrea,Forst,Padavena e Moretti sono tutte nate a cavallo tra la fine del ‘700 e l’inizio del ‘900 prima come piccole realtà  per poi diventare parte integrante del nostro essere Italiani.

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Fatta questa piccola premessa volevo raccontarvi della birra che prodotta a Cellio un piccolo borgo immerso nella pace della campagna piemontese,nasce dalla passione di una coppia di coniugi con la passione del home brewing per poi trasformarsi da hobbie a un vero e proprio lavoro,che impreziosisce il territorio e lo completa.

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Della loro produzione vi segnalo la Castagna e la birra Riso ma ne contano anche altre qualità che non ho ancora avuto l’occasione di gustarla.Il modo migliore però i gustarla e quello di andare a Cellio e gustarla da chi te la può raccontare meglio di me……io vi metto a disposizione il link fatevi un giro,e magari una domenica andate a trovare questa simpatica coppia!!!

www.birreriavallecellio.it

Se qualcuno poi avesse qualcosa da aggiungere o qualche proposta birraria da sottopormi non siate timidi io sono sempre pronto a scoprire cose nuove!!!!!

La farinata di ceci.

Oggi amici vi racconto un piatto semplice di origini povere sepolto nei meandri della mia memoria da bambino,e mi capitò di rigustarlo per caso una sera che ero a Torino per la partita in una pizzeria da asporto nei pressi dello stadio e subito il gusto mi proiettò in ricordi di bambinetto di 5 anni……è incredibile come certi sapori odori facciano parte della memoria come parole ed immagini,è come stare via tanto da casa e quando torni la mamma ti fa le lasagne,immediatamente si ritorna quel bimbetto che a stento arriva al tavolo!!!

……un po di storia…..

Siamo nei XIII secolo e le tecniche di navigare erano semplici o a vela o a remi se c’era la bonaccia,quindi capitava di dover stare per lunghi periodi in mare quindi nella cambusa dovevano essere stivati provvigioni facilmente conservabili per lunghi periodi ed i ceci si dimostrarono un ottima provvigione.Correva l’anno 1284 e le vicine repubbliche marinare erano impegnate in una guerra per il dominio delle rotte nel mediterraneo,dopo la battaglia di Meloria che vide i pisani sconfitti le navi genovesi erano cariche di vogatori pisani prigionieri s’imbatterono nel golfo di buscaglia in una tempesta che li sballottò per diversi giorni,mandando a farsi benedire la cambusa,causa degli sballotamenti infatti avevano rotto alcuni barili d’olio e alcuni di ceci l’acqua imbarcata aveva fatto il resto……quando si resero conto del disastro i genovesi razionarono il cibo rimasto per loro e dato che non si butta via niente….quella specie di poltiglia venne data ai poveri pisani che alla fine stremati dalla fame la mangiarono scoprendo che non era poi malvagio….in seguito scoprirono che lasciando questa poltiglia al sole per una giornata si trasformanva in qualcosa di diverso una focaccina molto gustosa,poi nel corso dei secoli si è trasformata nel piatto che conosciamo oggi!!!

La ricetta

ingredienti per 4 persone:

  • 300 grammi di farina di ceci
  • 2cucchiaini di sale
  • 2 rametti di rosmarino(facoltativo)
  • 0,5 l d’acqua
  • 2 cucchiai d’olio extravergine d’oliva

Versare in una ciotola gli ingredienti(farina,sale,olio) in seguito versare delicatamente l’acqua e con una frusta mescolare facendo attenzione a non fare grumi ottenendo un composto omogeneo non troppo liquido e non troppo denso.Lasciamo riposare il composto a temperatura ambiente per tre o quattro ore.Una volta pronto con un cucchiaio rimuoviamo la schiumetta che si forma in superficie e rimescoliamo il composto,ungiamo per bene una telia antiaderente e versiamo il nostro composto e lo inforniamo nel forno precedentemente scaldato alla temperatura di 200 gradi per 20/30 minuti.

  

Servirla calda a tavola magari accompagnandola con un bel tagliere di salumi e formaggi,una buona pancetta o del prosciutto di cinghiale e formaggi d’alpeggio e perchè no accompagnamolo anche ad un buon vino un Grignolino d’asti che sarebbe l’ideale oppure perchè non una buona birra?La mia scelta è caduta sulla Poretti bibock scura che con i suoi toni affumicati impreziosisce il pasto.

Che dirvi di più……..BUON APPETITO E BUON DIVERTIMENTO!!!

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