pensieri ed immagini della mia vita

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Neve, Leggende e homebrewing.

Anno nuovo……cotte nuove incomincio così questo nuovo appuntamento con il folletto della birra, la stagione scorsa avevo brassato circa una novantina di litri di birra che in questi mesi ha allietato le varie occasioni conviviali o serate intime in compagnia dei miei amati libri fantasy, adesso sono preso per i romanzi di Morgan Rice, insomma non sono mancate occasioni per stappare una buona birra. Di conseguenza la mia povera cantina sta cominciando ad assumere un’aspetto piuttosto desolato, così un pomeriggio di settimana scorsa ho messo a fermentare una trentina di litri di birra speciale aromatizzata con la mia ricetta segreta che chiamai Fiòca (neve in dialetto) che rispetto all’ultima volta che l’ho prodotta ha maturato appena 4 mesi quindi quando la stappai lo scorso anno la trovata buona ma risultava ancora troppo giovane, così tanto per non sbagliare ho anticipato la cotta. Ora la Fiòca gorgoglia felice e soddisfatta nella sua damigiana in cucina mentre fuori dal tepore di casa l’inverno ci fa conoscere i rigori di un febbraio siberiano.

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Questi sono i giorni della Giobia (si pronuncia con la O chiusa) che è un personaggio che anima le leggende pagane che si raccontavano ai bambini al caldo del focolare, è una strega ma molti la confondono con la più benevola e simpatica befana, la giobia infatti è brutta porta un cappellaccio e va ingiro senza scarpe ma indossa due pesanti calzettoni rossi. Si diceva che vivesse nel profondo dei boschi ed era considerata la signora dell’inverno percorreva enormi distanze con le sue lunghe gambe secche saltando di albero in albero e ovunque lei passava le piante si rattrapivano per il freddo gli animali morivano, i laghi gelavano ed i prati si ricoprivano di brina. La giobia era una golosona ma non sapeva cucinare e non poteva neanche accendere il fuoco in quanto il calore per lei era mortale come del resto il sole quindi si nutriva di bacche, animaletti e occasionalmente quando era particolarmente fortunata bambini che preferiva consumare crudi ma se riusciva a rubare del cibo cotto allora si che era festa grande. Andava letteralmente matta per il risotto alla luganega e per la polenta e odiava gli uomini ma provava maggior astio per le donne forse per una malcelata invidia per la gioia della famiglia, i figli e la calda accoglienza di un focolare. Di notte la Giobia usciva dal bosco ed entrava nelle case, anche se porte e finestre erano ben serrate riusciva a trovare una via per infilarsi od al massimo si calava dal camino una volta che il fuoco si era spento e bastava lasciarle sul tavolo in cucina un piatto con un poco di polenta o risotto che allora non si correvano rischi. 

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Man mano che l’inverno si accorcia e si avvicina la primavera la Giobia diventava più cattiva e pericolosa e le sue visite si facevano sempre più frequenti e se non era soddisfatta di quello che trovava erano guai seri, si narra che moltissimi anni fa in un paese intorno al lago vivesse una povera vedova che abitava con la figlia, una graziosa bambina, in una piccola casupola ai margini di un boschetto dove le due povere sfortunate riuscivano a stento a mettere insieme un pasto decente e molto spesso toccava loro la sfortuna di dover solo stringere la cintura a cena. La piccola spesso s’inoltrava nei boschi per raccogliere un po di legna e cercare qualcosa da mangiare anche se il freddo inverno non dava molta scelta, la madre sempre preoccupata per la figlia le raccomandava di scappare se avesse incontrato la strega, e di rientrare a casa prima del calare del sole dato che la vecchia malefica usciva solo la notte.

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Una sera la bambina perse la nozione del tempo distratta da delle nocciole che stava raccogliendo e malgrado tutte le raccomandazioni e precauzioni fu colta dalla Giobia che le si parò davanti e le disse: – Stasera verrò a farvi visita e se non troverò niente di buono tu verrai con me per farmi da dessert!!!

La bambina atterrita dal terrore corse a casa e raccontò tutto alla mamma che per proteggere la sua piccola cominciò a lasciare della polenta sul davanzale della finestra ogni notte, purtroppo però una sera la povera vedova si dimenticò la parte per la Giobia che arrivando dopo mezzanotte per avere la sua polenta non trovandola s’infuriò. La bambina che intanto si era svegliata si nascose sotto le sue coperte e con un filo di voce chiamava la mamma, ma la strega le aveva lanciato un incantesimo che l’aveva sprofondata in un sonno profondo, e nonostante le grida e le lacrime della figlia continuava a dormire pacificamente. Il mattino seguente quando la povera vedova si svegliò e cominciò a fare i piccoli mestieri quotidiani e la colazione fù pronta cominciò a chiamare la figlia ma non ricevette risposta, allora la richiamò…… ma nulla……fu allora che si ricordò della Giobia e subito ebbe un terribile presagio che fu confermato quando vide che il lettino della piccola era vuoto. Subito il suo pensiero corse alla dimenticanza della sera prima e disperata si gettò nel bosco alla ricerca della figlia, ma non la trovò c’erano solo gelo e silenzio. La notizia della malefatta della strega fece velocissimo il giro del paese creando paura e sgomento soprattutto tra le donne terrorizzate dall’idea che i loro tesori più preziosi fossero rapiti o peggio………Solo una mamma coraggiosa ebbe un’idea, che se avesse funzionato avrebbe risolto il problema, la sera preparò la cena per la sua famiglia ed in più un paiolo di risotto con la luganega che adagiò in un angolo del giardino che guardava ad est dove il sole del mattino arrivava presto. la Giobia, che quella notte aveva fatto razie in tutte le case, quando trovò il pesante paiolo ricolmo di delizioso risotto non resistette alla tentazione e cominciò a mangiarlo con buona lena non accorgendosi che alba oramai era prossima. Quando il primo raggio di sole rischiarò il nuovo giorno andò a colpire la strega alle spalle come una pugnalata, fù allora che si rese conto di essere stata gabbata e prima che riuscisse a scappare prese fuoco e con un grido di odio si accasciò e di lei non rimase che un piccolo mucchio di ceneri e stracci fumanti. Come per magia la vita cominciò a rifiorire nel villaggio, i fiori cominciavano e germogliare e i ghiacci si scioglievano e dal bosco ritornò la piccola figlia della vedova libera finalmente dall’incantesimo della strega che divenne un lontano ricordo.

Ecco qua un’altra piccola storia che racconta la mia zona, il mio lago e la mia Stresa, spero che vi sia piaciuta come a me è piaciuto raccontarvela, fuori fa freddo e sembra che la vecchia strega si stia vendicando del vecchio torto subito, ma io sono chiuso al caldo della mia casetta e tutto questo parlare mia ha messo sete quindi alla salute……prosit!!

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The Kerygmatic project,suoni progressivi sulle sponde del lago.

Il prog rock nasce a cavallo degli anni 60/70 in un epoca  profondamente segnata da forti tensioni sociali e da cambiamenti di moda e costume in cui la musica rock viveva un relativo periodo stagnante di creatività dopo gli sfolgoranti anni 60 che hanno portato il rock alle radici del blues, le nuove generazioni si trovarono nella scomoda posizione di evolvere il loro modo di fare rock.

Nuovi artisti fecero della parola “contaminazione” una vera e propria parola d’ordine; dal folk al jazz passando per la musica classica, le composizioni cominciavano ad acquistare maggiore ariosità e si ammalgavano con il forte estetismo teatrale dal sapore lisergico. Tra i migliori interpreti di questa nuova era del rock troviamo nomi del calibro di King Crimson,Genesis,Jetro Thul,Yes,Emerson Lake and Palmer che a loro volta andarono ad influenzare una nuova generazione di musicisti che elevarono il prog a livelli sublimi attraverso tutti gli anni 70, sino a influenzare il pop dei primi anno 80.

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Fatta questa piccola introduzione vorrei presentarvi i Kerygmatic project, un trio nato sulle sponde del Lago Maggiore, dediti a portare avanti la tradizione del prog. Samuele, Marco e Danilo che hanno convogliato le loro anime musicali ad un punto di fusione hanno generato la loro creatura e si preparano a presentare, dopo un lungo periodo di gestazione, il loro secondo genito Greek Star Gallery.

L’intervista che segue è stata realizzata nel loro quartier generale presso la Dream Lake Studios di Stresa una piacevole chiaccherata con dei ragazzi che hanno la passione per la musica.

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1) Raccontatemi la vostra storia

Danilo: (episodio significativo) Due giorni dopo aver conosciuto Samuele, ci ritrovammo a casa di Jacopo, un amico comune, per suonare insieme. Un basso e una piccola batteria elettronica, una Yamaha DD-12, tutto qui. Quella fu la prima volta che io e lui improvvisammo qualcosa, trovando subito un ottimo feeling. Neanche 20 minuti dopo ci accorgemmo che fuori dalla porta a vetri della stanza in cui suonavamo si erano accalcati gli altri nostri amici, tutti lì ad ascoltare le nostre “strane” (per loro) improvvisazioni. Credo che in quel momento sia io che Samu ci rendemmo conto che qualcosa di nuovo stava nascendo, musicalmente. Di sicuro mi convinsi che, fino a quel momento, non avevo mai suonato con un bassista del genere e che se un domani avessi fondato un nuovo gruppo, lui avrebbe dovuto farne parte. I Kerygmatic Project sarebbero arrivati molto più tardi, ma… sì, secondo me la scintilla si accese quel giorno.

Marco: La nostra è una storia davvero semplice: tre persone accomunate da una passione si incontrano e realizzano ciò che più piace loro. Senza compromessi, senza limiti, la musica fin dall’inizio è venuta fuori in modo naturale. È bastato trovarci un giorno di molto tempo fa per capire che la volontà di costruire qualcosa di serio era comune e che da lì in poi avremmo intrapreso uno stimolante percorso che a distanza di anni ha portato alla pubblicazione di ben (al momento) due album, cosa probabilmente inimmaginabile ai tempi… o forse no…

Samuele: Raccontare la nostra storia significherebbe riempire le pagine di un libro, e magari un giorno lo si scriverà pure. Focalizzerei l’attenzione su un fatto iniziale. Ricordo uno stupendo pomeriggio d’estate di molti anni fa quando Danilo e Marco si trovavano a casa mia per la prima session di prova della nostra storia, il gruppo, infatti, non esisteva ancora. Ci confrontammo su tutto e decidemmo di tentare di realizzare qualcosa che ci rappresentasse. Io cominciai a dire: “suoniamo colore, suoniamo impressione, suoniamo tempesta o quiete, suoniamo dolcezza, suoniamo sentimento o ragione”. Io intendevo superare le barriere dell’ovvietà e quando, in precedenti occasioni, tentai di proporre le medesime cose ad altri musicisti, fui preso per matto o visionario, e qualcuno mi rispose che non aveva minimamente capito a cosa volessi mirare. Quando Danilo e Marco finirono di ascoltare la mia strana richiesta, sorrisero e cominciarono ad esprimersi suonando, dimostrando di avermi perfettamente inteso. In quel momento compresi che ci eravamo trovati e che i Kerygmatic Project avrebbero rappresentato il luogo concreto della nostra spontanea espressività artistica.

2) Quali sono state le esperienze che vi hanno unito, le vostre influenze?

D: Beh, basta guardare quali siano i nostri musicisti preferiti (e per riflesso i gruppi in cui suonano) per capire cosa ci tiene legati. Oltre all’episodio raccontato prima, che mi lega a Samuele, sono felice di avere un tastierista come Marco. Nonostante la maggioranza dei gruppi che hanno formato la mia cultura musicale abbiano un chitarrista “rilevante”, non sono un amante di questo strumento. Nel senso che non lo vedo come elemento imprescindibile di un brano. Marco riesce a fare con una tastiera quello che molti gruppi relegano alla chitarra. Va da sé che, avendo a disposizione un musicista del genere, qualsiasi influenza musicale uno possa avere, ti può spingere a ben più ampi orizzonti.

M: Le influenze comuni si possono riassumere in una sola parola: MUSICA. A prescindere da tutto è sempre stata la passione per questa forma d’arte che ci ha spinti ad andare sempre più avanti, alla ricerca di sonorità nuove e moderne. Dal progressive rock, alla musica classica e perché no alla musica elettronica, ogni nota suonata, ogni fraseggio ascoltato ha contribuito a dare quel tocco di originalità in più alla nostra “unione sonora”. La formazione un po’ particolare per i tempi che corrono e la necessità di avere un suono ricco ci hanno inoltre spinti ad utilizzare sempre di più la tecnologia in maniera coinvolgente cercando di prendere le distanze dal binomio “tecnologia = freddezza”. E proprio questa passione per l’elettronica è un altro aspetto che in un modo o nell’altro ha decretato la nostra unione. Le mie personali influenze? Beh da Emerson, a Chick Corea molti sono stati gli ispiratori; diciamo che se dovessi fare un elenco, probabilmente questa intervista risulterebbe un po’ troppo stretta.

S: A partire dal 1995 circa ho cominciato a studiare il progressive rock e mi sono interessato, in modo particolare, al ruolo del bassista cantante. Le mie passate esperienze musicali, infatti, mi avevano condotto a suonare come bassista, o al massimo come bassista corista. I gruppi con cui ebbi modo di esibirmi all’epoca, dal rock al jazz, avevano generalmente un cantante che svolgeva quella funzione e basta, o, in taluni casi, un cantante che era anche chitarrista. Fu durante un’esperienza solista come bassista cantante nel 1996 che un jazzista presente al concerto mi convinse di percorrere la strada del bassista cantante. Nel 1996 gli Emerson Lake & Palmer influenzarono la mia intima esigenza di formare un trio che avesse quella medesima statura espressiva, soprattutto nello stile della formazione; per cui quando conobbi Danilo, che sapeva suonare la batteria in quel modo così speciale, e Marco, che riusciva a creare quelle sonorità così grandiose e particolari, fui immediatamente convinto che il sogno si sarebbe di lì a poco realizzato. Oggi, a distanza di così tanto tempo dal nostro primo incontro, posso con certezza affermare che Marco e Danilo restano per me i due artisti più importanti con cui abbia mai avuto l’onore di collaborare.

3) In due parole raccontatemi il significato di “KERYGMATIC PROJECT”

D: Lascio a Samuele l’etimologia della parola “Kerygmatic”. Il “Project” non è stato messo lì per caso. Il nome del gruppo è una sorta di contenitore in cui convergono pensieri, suoni, immagini… insomma, tutto ciò che può essere considerato sotto il termine “arte”. Il nostro è un “progetto” che ha come obiettivo ultimo l’espressione degli elementi che lo compongono.

M: MUSICA INNOVATIVA… diciamo che non è proprio la traduzione letterale, ma è il significato che secondo me meglio descrive il nostro nome.

S: Il termine Kerygmatic deriva dal termine greco Kerygma, che essenzialmente significa annuncio, ed ha una connotazione molto particolare nel contesto del pensiero filosofico e teologico cristiano. Il nostro “progetto kerygmatico” è testimoniato dall’essere artisti impegnati nella comunicazione della nostra arte, senza il timore di esplicitare le fonti spirituali e culturali che costituiscono sempre il nostro punto di riferimento.

4) Le grandi band prog sono legate ai concept creando delle vere e proprie “storie” lunghe uno o più album. Siete anche voi legati a questo dogma?

D: Il progressive rock è nato e si è sviluppato in un periodo storico ben preciso. E molto diverso da quello in cui viviamo oggi. Probabilmente un concept album oggi non sarebbe compreso interamente. Va anche detto che è cambiato il modo di fare musica e il mercato stesso che la alimenta. Forse oggi ha molto più senso esprimere un concetto all’interno di un singolo brano, piuttosto che dilatarlo in un intero album. Questo non significa che non mi interessi creare un concept album, solo che non lo considero come un dogma a cui attenermi imprescindibilmente.

M: I tempi a mio parere sono cambiati. Oggi si vive nell’era dell’Ipod, della musica “mordi e fuggi” dove probabilmente una storia lunga più album non avrebbe poi molto senso. Il termine “concept” può magari aderire meglio ad altre forme artistiche (in letterature gli esempi sono numerosi), ma vedo difficile che il pubblico si appassioni a qualcosa che non può vivere interamente nel più breve tempo possibile a meno che non appartenga ad una nicchia di appassionati. Creare un album “stand alone” non significa necessariamente cercare di esaurire un concetto in pochi minuti. Un pensiero può anche essere suddiviso in molti episodi autoconclusivi, senza tenere nascosto quel filo comune che li lega.

S: La creazione di un concept album ha sempre significato per l’artista che lo confeziona, non sempre però per chi lo ascolta. Quando si dice che l’arte è espressione, si afferma una cosa sensata, ma talvolta ciò che si esprime veramente non è inteso dal grande pubblico: bisogna sempre aver presente chi sia il vero destinatario di un’opera; è una questione di onestà intellettuale, per cui, a volte, è più importante il non detto, cioè l’inespresso, che il detto. Alcuni concept del passato, penso a Tales from topographic oceans degli Yes, resteranno sempre affascinanti ed enigmatici, anche se oggi, al di là degli appassionati veri, credo sia molto difficile trovare qualcuno che sia disposto ad impegnarsi nell’ascolto di quei materiali e che, allo stesso tempo, sia dotato di una preparazione adeguata per poterlo fare. Il concept, comunque, non deve essere un dogma, ma una possibilità espressiva, esplicita o implicita, che risponde ad esigenze intime dell’artista; anche perché nel contesto di un album potrebbero esserci più idee guida. L’esempio più immediato? Il nostro Greek Stars Gallery. L’album, infatti, risponde a questa esigenza di ben tre idee guida che si intersecano continuamente, per cui potrebbe essere definito addirittura un multi-concept.

5) Quale filo logico seguite nel songwriting?

D: In due parole? Tutto ciò che ci esprime al meglio. E la cosa bella è che c’è massima libertà decisionale da parte di ognuno. Forse in questo caso vale il termine “il fine giustifica i mezzi”, che tradotto significa: ho in mente cosa dovrebbero fare il basso o le tastiere in un punto, ma ascolto le idee di Samuele e Marco. Se alla fine ci si rende conto che sono migliori della mia idea originaria, si usano.

M: Si lavora sempre con tre teste pensanti! Da questo pensiero comune nasce sicuramente qualcosa che rispecchia le nostre idee, sia per quanto riguarda le sonorità che l’arrangiamento. Ognuno insomma dà il suo contributo senza soffocare le idee degli altri. Posso inoltre dire che, visto e considerato il numero esiguo di componenti, anche le discordanze vengono riappacificate senza nessun problema.

S: Si cerca sempre di lavorare nel modo migliore. Difficilmente le cose nascono a casaccio, può anche succedere, ma non è la regola. I Kerygmatic Project scrivono col cuore certamente, ma anche con la testa, per cui ciò che si realizza deve avere una ragione. Non si deve confondere il metodo e la disciplina con l’ispirazione, quasi si trattasse nell’insieme di una cosa glaciale. Non è così. È l’armonia dell’insieme che permette la realizzazione di qualcosa di importante. Il parere di tutti e tre è determinate: “uno per tutti e tutti per uno”, verrebbe da dire, citando il motto dei moschettieri di Alexandre Dumas (padre).

6) Parlatemi del vostro disco……

D: Greek Stars Gallery nasce dall’idea di unire il classico al moderno. Certo non è una cosa che nessuno ha mai fatto prima, ma sicuramente è qualcosa che l’attuale mercato musicale non conosce, non in questo modo almeno. A differenza del nostro primo album (Nothing but Truth), che era molto più variegato anche in ambito compositivo, in Greek c’è una sorta di unità di fondo. Inizialmente può essere identificata con l’impiego dell’orchestra (presente praticamente in ogni brano), ma ascoltandolo attentamente si può percepire che questa sorta di legame va più in profondità. Credo che mostri perfettamente l’unione musicale che c’è tra noi.

M: È bello, orecchiabile, da Ipod (ma forse questo non è un complimento eheheh )… insomma… ascoltatelo… punto

S: Greek è un album coraggioso in cui i diversi elementi che confluiscono attestano la sintonia creativa che ci accomuna.   

7) Come vi relazionate con i live? Non temete il paragone con Ian Anderson, Peter Gabriel con la loro teatralità e fisicità?

D: Quelli erano altri tempi. Se Samuele si conciasse come Peter Gabriel, oggi non verrebbe capito. Qualcuno potrebbe pensare che questo genere di musica preveda la teatralità, sempre. Personalmente non la ritengo un elemento fondamentale. Certo, lo spettacolo ci deve essere, perché di spettacolo si parla. Uno va ad un concerto “anche” per vedere, non solo per ascoltare. Ma chiariamo subito una cosa: noi non siamo gli Yes o i Genesis! Noi ci ispiriamo anche a loro ma siamo altro. Con un po’ di ambizione dico che vogliamo essere quello che il progressive rock può essere oggi, in questo periodo musicale. Di più, quando quei gruppi vivranno solo attraverso le loro registrazioni, la nostra musica dovrà essere considerata come la figlia legittima di un genere che si è rinnovato mantenendo la propria tradizione.

M: Non voglio paragonare il nostro gruppo ad altri che in un modo o nell’altro hanno già fatto storia. Noi siamo semplicemente noi stessi. Nei live cerchiamo di dare tutto per noi ma anche e sopratutto per il pubblico. La soddisfazione di sentire la gente applaudire non ha prezzo. E se il ritorno del pubblico è caloroso, vuol dire che il nostro lavoro l’abbiamo fatto davvero bene a prescindere da maschere, teatralità, travestimenti.

S: Bisogna sapersi rinnovare nella tradizione! Non mi sono mai considerato un leader, né tantomeno un leader carismatico come Peter Gabriel o Ian Anderson, e non nascondo che il palco mi spaventa sempre. Credo che il giorno in cui non mi facesse più quell’effetto smetterei di salirci, perché non mi sentirei più onesto di fronte al pubblico. Io, per quanto posso, cerco di essere semplicemente uno strumento evocativo in grado di creare suggestioni che delicatamente hanno la pretesa di giungere ad un pubblico che abbia ancora voglia di pensare ed ascoltare. Mi considero un romantico con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi ben piantati per terra.  

8) Quando vi vedremo suonare dal vivo?

D: A giugno presenteremo dal vivo il nuovo album, Greek Stars Gallery. Al momento non possiamo ancora comunicare le date, passate sul nostro sito per rimanere aggiornati!

M:Spero il più presto possibile, per ora abituate le orecchie ascoltando i nostri album

S: A breve vi faremo sapere.

Ringrazio i ragazzi per la loro disponibilità e per la loro simpatia e consiglio a chi volesse conoscere di più loro e la musica e il “Kerygmaticpensiero” potete sempre connettervi al seguente link: www.kerygmaticproject.com

E per farvi un’idea di quello che sarà Greek Star Gallery  vi lascio con un teaser che potete trovare su you tube.

Appunti di viaggio p.t. 4: La cucina giamaicana

  

Per capire un popolo a fondo non c’è metodo migliore che sedersi a tavola e iniziare un viaggio tra colori,profumi e sapori.

La cucina giamaicana è un meraviglioso meltin’ pot di stili,colori e sapori rielaborati o meglio reinventati che la rendono unica al mondo.Tutti i popoli che hanno colonizzato in qualche modo hanno contribuito alla creazione,partendo dagli Awarak passando per gli spagnoli poi i maroon,inglesi che portarono con loro indiani e cinesi ed infine gli schiavi neri dell’Africa.Molti introdussero ortaggi,spezie del loro paese e per questo che nei mercati giamaicani trovi verdure ed ortaggi che non sono tipiche dei caraibi ma che crescono anche in Giamaica.

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 Se ti soffermi a parlare con le massaie o i cuochi ti parleranno con orgoglio della loro cucina e della genuinità dei loro ingredienti,infatti girovagando per Little Bay e dintorni ho notato che ogni casa aveva in giardino un orto,per fortuna i giamaicani non vedono di buon occhio i cibi Ogm e in genere i fast food,quindi per freschezza e qualità delle materie prime il cibo è ottimo.

Il piatto nazionale giamaicano affonda le sue radici nell’Africa e nella Inghilterra imperiale Ackee and saltfish i suoi ingredienti sono l’ackee,un’albero da frutto che si trova in Africa che da un frutto che se non è maturo è velenoso ma colto nei tempi giusti e cucinato è molto gustoso,il saltfish non è altro che merluzzo o come noi lo chiamiamo baccalà è stato introdotto dagli inglesi durante il loro dominio.

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Questa pietanza viene servita a colazione ed è molto buona,ha il sapore e la consistenza dell’uovo strapazzato con un contenuto di colesterolo molto basso………un buon modo di cominciare la giornata.

Ma il piatto che troverete più spesso in ogni angolo di strada da Kingstone a Negrill è il Jerk ovvero l’arte di fare il barbeque di pollo o maiale secondo un’antica ricetta tramandata dai Maroon,i primi schiavi liberati dagli spagnoli per combattere l’invasione degli inglesi nella loro folle corsa per il dominio sulle indie occidentali.Il jerk non è un modo di arrostire carne ma vera e propria cultura ed ogni giamaicano ne va fiero,non esiste una vera  propria ricetta perchè un pò come succede in Italia per il sugo al pomodoro ogniuno ha la sua personalissima ricetta ed è difficilissimo che qualcuno condivida il suo segreto.

Girando per You Tube ho visionato un pò di ricette e ve ne propongo una è in  lingua inglese spero che non sia un problema……..

Ogni anno verso la fine di novembre a Negrill si tiene il Jerk festival e tra un concerto reggae e l’altro i migliori chef dell’isola si sfidano a colpi di barbeque per decidere chi è il migliore,se mai vi capitasse di essere in zona vi auguro buon appetito!!Io dal canto mio sto studiando per presentarmi al concorso con il mio italian jerk……..

Se invece siete pignoli e volete padroneggiare l’arte del jerk vi consilio questo link:Pimento wood che oltre a vendervi tutto quello che serve per prepararvi il vostro jerk ha un’ampia sezione multimediale nella quale troverete video,ricette passo passo per avere anche voi la vostra grigliata in stile giamaicano.

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MINCHIA CHE CONCERTO!!!!

Proprio così MINCHIA CHE CONCERTO!!!Ma non posso ridurre il mio racconto ad una sola affermazione,ho dovuto prima riflettere un paio di giorni e rigodermelo all’interno dei miei pensieri.

Tutto martedì è stato un susseguirsi di piccoli eventi e ritualità tipicamente metallaronostrani che hanno reso la  giornata speciale.

BIRRA PASSERONI E CANNE

All’appuntamento per il viaggio ci siamo ritrovati un pò alla spicciolata e la piacevole sorpresa è stata ritrovare gente che non vedevo più dai tempi in cui lavoravo alla Rosa bianca una delle birrerie della mia zona.

Gente che per un motivo e l’altro ho perso di vista….Bella Teo!!!espletati i convenevoli e raccontatici brevemente

sfighe scazzi e quant’altro tutti sul pulmino è partenza.

Sul pulmino ci attendeva dell’ottima birra ed è entrato subito in vigore il rutto libero e dato che le mani erano libere ci siamo dedicati anche alla costruzione di rilassanti avvolgibili

Per non parlare dei giornaletti per camionisti che allietavano i discorsi della giornata,per godere meglio delle procaci signorine le abbiamo appiccicate su tutti i finestrini laterali del pullmino allietando il viaggio anche hai camionisti che facevano sentire il loro apprezzamento strombazzando allegramente al nostro passaggio!!!!

L’incontro Imprevisto è stato Cobolli Gigli il presidente trovato per caso all’autogrill di Fiorenzuola durante la sosta (la birra stava facendo il suo corso)….ed io che ho un Dna juventino l’ho avvicinanto e gli ho stretto la mano facendogli presente che anche quest’anno mi sarei abbonato…….270 euro se non è amore questo…………..

Ma torniamo a parlare di cose serie,cioè di metal!!!Scaricati e rifocillati ci siamo rimessi in marcia per l’ultimo tratto di autostrada che ci separava dall’Arena parco nord di Bologna.

L’atmosfera in loco era rilassata,persone di ogni età affluivano tranqillamente all’arena(famiglie in gita comprese) il clima da festa degli alpini era tangibile,i baracchini che vendevano le magliette,birra a fiumi,e furgoncini che sfornavano tonnellate di panini,un gionata calda ma non troppo………..insomma una figata!!!!!

IL CONCERTO!!!!

Hanno aperto le danze i THE SWORD,gruppo che onestamente conosco poco ma che da quello che hanno espresso nella loro performance non mi sono dispiaciuti,un metal onesto suonato con cuore…..assolutamente da risentire.

Il secondo gruppo sono stati i DOWN di Phil Anselmo ch finalmente deve aver trovato una sorta di pace interiore perchè la loro performance è stata assolutamente di rilievo.

Apro una piccola parentesi,i PANTERA come i METALLICA per citarne un paio a caso sono stati la mia colonna sonora della mia vita……e l’ultima volta che avevo visto Anselmo dal vivo era ancora con i Pantera ed era grasso fatto e talmente sbronzo che non si ricordava le parole delle canzoni,ha fatto storia poi quella volta che al God of Metal 98 si è aperto un taglio in testa flagellandosi con il microfono…….bhè quando il ragazzo è salito on stage tutti i miei dubbi si sono dissipati!!!!!

Il ragazzo era informa ,dimagrito,sobrio e sopprattutto con una vena artistica ritrovata,in tutto i Down hanno suonato un’ora che secondo me è trascora toppo veloce,avrei voluto qualcosina di più……..di sicuro esplerorerò il mondo Down con più attenzione.

Pausa cannetta e birra,un po di ristoro nell’attesa che roadies finissero di preparare il palco che comincia a salirmi l’adrenalina………via The ecstacy of gold richiama l’attenzione di tutti poi BOOM Creepin’ death ci investe come un ciclone,io cantavo a squarciagola,facevo head bangin'(ridicolo anche perchè di capelli non ne ho…..)una pacchia!!! 

MI STAVO DIVERTENDO UN CASINO!!!!!             

For whom the bell tolls ,mi sono buttato nella mischia,harvester of sorrow e via così snocciolando una serie di masterpiece da spavento tratte dagli album più amati di sempre,whiplash,and justice for all  tanto per citarne un paio e regalando hai presenti adrenalina a secchiate e pogo(sempre corretto).

Una piccola precisazione io faccio parte di quella parte di fans che non approva la scelta artistica intrapresa dopo LOad ma la caratura della band è indiscutibile e dal vivo spingono!!!!!

Due ore sono letteralmente volate ed a fine concerto James Hetfield e Kirk Hammett hanno raccolto

alcune bandiere lanciate sul palco e rimanendo sinceramente colpiti dalla nostra calorosità,su una bandiera c’era scritto “God bless Cliff Burton” che ha strappato un sorriso a tutti e che è valsa la promessa di un’altro tuor

il prossimo autunno!!!Per quanto riguarda me penso di aver fatto pace con l’universo e non vedo l’ora di sentire il loro nuovo disco che anche questo uscirà in autunno!!

METALLARI MA SOPPRATTUTTO METALLARE si preannuncia un autunno rovente!!!

Vi lascio sperando di non aver annoiato nessuno,con l’ultimo bis della serata scovato su youtube

METAL UP YOUR ASS!!!!!

Inter……NON VINCETE MAI!!!!

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