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Manowar live @ Karlìn Forum Praga 20/01/2016

I Manowar sono uno di quei gruppi che ami o odi senza mezze misure, nel mio caso ho sempre avuto una grande ammirazione per i “Metal Kings” per il loro modo di essere dei coattoni, unici custodi del sacro fuoco del metallo, epici ed inossidabili sono sopravvissuti a cambi di mode e generi musicali. Quando, curiosando tra vari siti che parlano di musica metal venni a conoscenza che i nostri erano in tour non ci ho pensato due volte ed ho organizzato la trasferta in Repubblica Ceca.

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Ero molto eccitato per questo concerto, ho visto varie volte i Manowar e mi hanno sempre regalato grandi emozioni come quando al Gods of Metal del 1999 avevano mandato in delirio tutta la platea cantando “Nessun Dorma” la celebre romanza della Turandot di Puccini, che fece commuovere una platea ubriaca di metal e fiumi di birra. Praga mi sembrava la location perfetta con le sue storie e leggende per un concerto dei metal kings.

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Quando sono arrivato al Karlìn Forum ho avuto il tempo di farmi una birra e sgranocchiarmi un hot dog che le luci si sono abbassate si parte con I nostri che suonano “Manowar”, “Call to the Arm”,”Sons of Odin” granitici e senza sbavature c’è stato un emozionante omaggio ai fratelli del metal che ci hanno lasciato Lemmy, Scott Columbus, Dio e via dicendo mentre Karl Logan faceva sfoggio della sua tecnica sopraffina sulle note di “Master of the wind”.

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La performance dei nostri è stata ineccepibile, ma un’ora e mezza di show senza gruppo spalla mi sono sembrate un po’ poche un’altra cosa che mi ha deluso è stata il pubblico, sarà che sono Italiano quindi di natura passionale, ma il calore del pubblico era pari a quello di un gatto di marmo, sarà che sono abituato al calore delle arene italiche dove si canta, si fa sentire alla band la nostra presenza!! Un paio di mesi prima ero andato a vedere Anthrax e Slayer e Tom Araya ha interrotto lo show un paio di volte per calmare le intemperanze delle prime file, mi sono trovato a cantare per i fatti miei e ho cercato anche di pogare ma nessuno mi ha seguito, alla fine della serata uscendo dall’arena e osservando il pubblico ceco defluire calmo ed ordinato ho avuto un piccolo momento di nostalgia canaglia……neanche un porchettaro che venda generi di conforto, un concerto senza un panino porchetta cipolle/peperoni e ondate di maionese e birrona da battaglia non è un vero concerto metal!!!! Questa ed altre riflessioni mi giravano nella testa mentre mestamente tornavo in albergo…….ma un piccolo pub con un gruppo cover dei Iron Maiden e dell’ottima birra mi hanno distratto fino a notte fonda ma questa è un’altra storia.

Appunti di viaggio: Praga

 Eccomi a casa, davanti allo schermo del mio Pc che passo e ripasso le foto e cerco di trovare il bandolo della matassa di pensieri ed emozioni che questa città mi ha regalato. Praga è sempre stato un pallino, un viaggio che chissà per quale motivo era rimasto chiuso nel cassetto nonostante fossi affascinato dal suo alone mitico, rafforzato dai miti e dalle mille leggende che ancora impregnano per le antiche vie ciottolate del centro e che nelle fredde e brumose notti invernali riprendono vita. Una miscela di sacro e profano, di nobile e plebeo ed una storia degna della trama delle Cronache del ghiaccio e fuoco (il trono di spade) dove la differenza tra mito e realtà storica è talmente sottile da rendere difficile distinguere, in effetti, quale sia l’una o l’altra.

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La spinta per tirare fuori questo viaggio dal cassetto però non è stata la cultura o la mia brama di viaggiare ma bensì la mia voglia di un concerto di sano e corroborante Heavy Metal. Curiosando tra vari siti ho scoperto che i Manowar erano in tour con uno show omaggio a due dei loro album più epici di sempre ovvero “Kings of Metal” e “Gods of War” e dopo un controllo veloce delle mie finanze sulla mia PostePay ero possessore dei due preziosi tagliandi e anche di due biglietti di andata e ritorno per la capitale boema.

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Ed è così che mi addentrai per le antiche strade, dove ogni pietra erosa dal freddo e dai milioni passi che le hanno calpestate sono pregne di leggende e misteri dove il confine tra fantasia e realtà è una sottile linea tracciata tra le righe della storia.  

 

La pura casualità dei Kerygmatic Project

Quando ho ricevuto la notizia che i Kerygmatic erano di nuovo in studio a registrare nuove tracce per un nuovo album sono rimasto sorpreso, infatti il trio capitanato da Samuele era reduce dalla pubblicazione di Greek Stars Gallery, un lavoro che personalmente ho molto apprezzato e che ha ricevuto anche buoni responsi dalle critiche, quindi spinto da una sana curiosità mi sono messo in contatto con la band e mi sono preparato ad andare nella loro tana a ficcare un pò il naso.

Visito sempre volentieri lo Dreamer’s Lake Studios, cresciuti nel tempo con la passione per la musica ed il duro lavoro di Samuele, da piccola tavernetta dove dei giovinastri sbarbati si ritrovavano per strimpellare ed ascoltare musica si è trasformato in un vero e proprio studio dove i nostri lavorano ai loro progetti ed hanno cementato un’alchimia e una unione d’intenti artistici oltre che una lunga amicizia.

 

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 Quella che segue è il sunto di una lunga e piacevole chiaccherata tra il serio ed il faceto con il trio stresiano:

1) L ‘ultima volta che ci siamo visti, eravate in procinto di pubblicare “Greek  Stars Gallery” è ora di tirare un bilancio.

DANILO, MARCO, SAMUELE: Quando si ha qualcosa da esprimere e lo si ritiene importante, non si può restare a lungo inattivi e in silenzio. Greek ha riscosso un buon successo di pubblico, soprattutto all’estero, e ha ottenuto riconoscimenti estremamente positivi anche dalla critica internazionale. Speriamo di ottenere conferme anche per questo nostro nuovo lavoro. Il bilancio è quindi per noi positivo, ma si può e si deve sempre migliorare: considerarsi “arrivati” è sempre un errore. In realtà ogni passo in avanti costituisce un elemento che ci conferma di aver avuto ragione nel percorrere questa strada, per quanto a tratti possa risultare impervia.

2) Ma comunque non vi siete seduti sugli allori, se non sbaglio avete appena pubblicato un nuovo album che s’intitola?

DANILO: By Sheer Chance. Che a dispetto del titolo (per pura casualità), ogni brano ha un significato ben preciso in rapporto a tutti gli altri.

SAMUELE: Qualcuno ha definito By Sheer Chance “l’album della conferma”. Stando agli standard valutativi di un certo tipo di stampa, peraltro pure qualificata, si usa dire che un primo album lo sanno fare praticamente tutti, un secondo, che sia anche buono, solo alcuni, mentre un terzo, che non sia una variante del precedente, pochissimi. Il terzo album sarebbe dunque quello che generalmente conferma il valore di una band. Al di là di questo modo di vedere, credo che By Sheer Chance sia un album di carattere, dotato di una forte componente analitico-descrittiva. Lascio volentieri agli ascoltatori l’ultimo parere in fatto di gusto, e alla critica le valutazioni di rito in merito al “valore” che l’album possiede.

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3) Raccontatemi brevemente come è nato questo album, con che idea vi siete barricati in studio e di che concetti avete introdotto nel vostro songwriting?

DANILO: Volevamo, anzi, vogliamo far capire al pubblico che ogni nostra produzione è qualche cosa di unico. Cerchiamo sempre di innovare, ditrovare qualcosa di unico nei brani che componiamo. In questo lavoro la batteria ha una sonorità completamente diversa rispetto a Greek, ma non voglio togliere la curiosità all’ascoltatore di scoprire cosa è cambiato.

MARCO: Dopo Greek Stars Gallery ci siamo buttati a capofitto nella creazione del nuovo album By Sheer Chance riunendo tutto il materiale sonoro e le idee che mano a mano si presentavano. A differenza di GSG, dove prevaleval’aspetto orchestrale, BSC è più orientato ai suoni sintetici, ai campionamenti. Parlando dal punto di vista “tastieristico” si è decisamente sperimentato di più sulla ricerca di suoni nuovi sia per quanto riguarda gli assoli che i tappeti, senza però disdegnare strumenti più “classici” come l’onnipresente organo Hammond.

SAMUELE: Molti brani sono stati scritti insieme, quasi di getto, solo alcuni sono il frutto di personale composizione e, talvolta, hanno richiesto più tempo: la canzone By Sheer Chance e Living with no Regrets sono al riguardo esempi eloquenti. Gli arrangiamenti, invece, sono sempre opera del nostro comune intento, atto a inquadrare, nella maniera che ci sembra più corretta, ciascun brano nel suo contesto specifico. I temi e i concetti che si sviluppano nell’album sono molti; già nella copertina sono ravvisabili elementi che richiamano ai suddetti, ma non vorrei togliere all’ascoltatore il piacere di scoprire ciò che abbiamo desiderato esprimere nei nostri pezzi.

4) In sostanza qual’è il vostro messaggio?

DANILO: Qualsiasi sentimento ti trasmette la nostra musica, è giusto per te. Per questo “casualmente” tutto funziona.

MARCO: Dal mio punto di vista il nostro messaggio è: “venite a scoprire la nostra musica”.

5) L’anno scorso sono venuto a vedervi suonare in piazza a Stresa e devo dire che nonostante la location infelice avete fatto una buona performance, generalmente come reagisce il pubblico alla vostra musica?

DANILO: Credo che chi ci ascolti rimanga sempre sorpreso e affascinato di come solamente tre persone sul palco possano produrre qualcosa di “completo”, che non dia l’impressione che manchi qualcosa. Certo, abbiamo i nostri piccoli trucchi per far sì chequesto avvenga, ma il vero punto di forza credo sia la nostra intesa musicale. Quando il pubblico si accorge che i musicisti non stanno solo eseguendo un brano ma lo stanno “vivendo”, ecco, è inevitabile che si senta coinvolto a sua volta. Ed è questo che accade nelle nostre esibizioni.

MARCO: Il pubblico reagisce bene alla nostra musica, è coinvolto e si diverte. Quello che abbiamo notato è che anche lo straniero ascolta con piacere quello che suoniamo, forse per il fatto che si è scelta la lingua inglese come mezzo di comunicazione. Per ora, leggendo sui blog, parlando con le persone, si capisce che la gente ci apprezza. Quello di cui abbiamo bisogno ora è un pubblico ancora più vasto con cui confrontarci

SAMUELE: L’esperienza al Gong Festival di Bologna è stata molto utile al riguardo. Un pubblico selezionato di amanti del prog, ma non solo, è restato affascinato dalla nostra musica. Finito disuonare, un giornalista musicofilo presente, mi ha detto: “il vostro stile è perfettamente riconoscibile. Difficilmente rischierete di essere confusi con altre band che cavalcano l’onda progressive. Per me siete dei grandi artisti, continuate così!”.

 

6) Ok ultima domanda… datemi tre buoni motivi, ciascuno naturalmente, per ascoltare la vostra musica: mi raccomando siate convincenti!

DANILO: Quello che vi offriamo è “sorpresa”, “diversità”, “evasione”. Come questi tre aggettivi possano coesistere in un unico album, beh, sta a voi scoprirlo!

MARCO: 1) L’album è orecchiabile: nonostante ad un primo ascolto alcune canzoni possano presentare passaggi particolari, l’intero album può essere etichettato come “pop rock prog” in grado, a mio avviso, di soddisfare le orecchie di un’ampia platea di pubblico che spazia dall’ascoltatore occasionale a quello più interessato all’aspetto tecnico ed esecutivo. Un esempio di questo concetto è Living With No Regrets dove ad un cantato tipicamente rock si affianca un arrangiamento con tempi dispari e suoni sintetici tipici del sound progressive; 2) è fresco: il nuovo album è, come si diceva prima, completamente differente dal precedente per sonorità e stile.Oltre a questo, ascoltandolo dall’inizio alla fine ci si può accorgere che non c’è una canzone simile alle altre (a parte una, ma sta a voi ascoltatori scoprirlo); 3) è tecnicamente stimolante: parliamoci chiaro, parte del nostro pubblico suona e chi suona, per deformazione professionale, si sofferma molto sull’aspetto tecnico. Quello che abbiamo cercato di fare è quindi un buon mix tra quello che l’orecchio gradirebbe ascoltare e quello che un musicista vorrebbe suonare. A testimonianza di ciò, la prima traccia dell’album (The Sound Collector) è un pezzo interamente strumentale dove si fa largo uso di arpeggiatori, synth, tempi dispari, cambi di tonalità.

SAMUELE: 1) è musica fatta con mente e cuore: fa ragionare ed emozionare; 2) è musica trans-genere: da un certo punto di vista, infatti, non è così facilmente catalogabile, per cui è semplicemente musica contemporanea in quanto tale; 3) è musica prismatica: le varie sfaccettature che possiede portano l’ascoltatore a cogliere aspetti sempre nuovi.

 

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La chiaccherata con i ragazzi è stata lunga e come al solito molto piacevole, ma per dare un’idea a chi volesse sapere di più sulla loro musica può connettersi ai loro links di facebook , You Tube oppure sul loro sito ufficiale .

Intanto vi lascio il videoclip di “I wanna be All of you” brano estratto dal loro nuovo album e naturlmente buon ascolto!

 

 

 

 

 

 

 

 

Ciao Jeff

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Ieri il mondo del metal ha subito una grande perdita, Jeff Hanneman chiatarrista storico degli Slayer si è spento in ospedale della California del sud. La notizia l’ho ricevuta ieri mattina via sms da un’amico, pensavo ad uno scerzo ma quando ho aperto facebook ed ho letto il comunicato della band mi ha preso un senso di tristezza, anche se non lo conoscevo personalmente conoscevo la sua musica che è stata la colonna sonora della mia giovinezza. Jeff degli Slayer era l’elemento più schivo sul palco non si dimenava come un pazzo o correva da una parte all’altra dello stage era statico lui faceva parlare il suo strumento con i suoi riff duri come il granito e assoli potenti e veloci come un treno, ha posto la firma nella composizione di capolavori come Raining Blood, South of heaven e la lista dei capolavori di cui Jeff era compositore è molto fornita!

Artista timido e poco incline alle luci della ribalta il suo stile e la sua musica ha influenzato le nuove generazioni di metallari, sono tantissime le band che tra le loro inflenze più importanti citano gli Slayer. Jeff ci ha lasciato un grande vuoto musicale ed umano.

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Mentre ieri mi ascoltavo in cuffia Decade of Aggression mi sono immerso dei loro concerti a cui ho partecipato, a quella selvaggia euforia che mi trascinava nel pogo sopprimendo ogni istinto di autoconservazione, mi ricordo quel Gods of Metal dove nell’esaltazione ho praticamente perso chiavi di casa, soldi, scarpe ed il biglietto per il giorno dopo………o quella volta che sono arrivato facendo stage diving fin sotto il palco dove lui e Tom Araya guardavano compiaciuti.

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Ora lo immagino là nel paradiso dei rocker a fare jam sessions con Dimebag Darrel, Cliff Burton, John Bonham e tutti quei grandi che hanno smesso di suonare quaggiù per cominciare a rockeggiare lassù! Comunque vada quaggiù rimarranno immortali perchè la loro arte oramai fa parte di noi e quando un ragazzino chiuso della sua stanzetta suonerà si suoi riff Jeff tornerà a vivere nella sua musica.

                                                                    

Ciao Jeff ci mancherai molto.

La galleria delle stelle “greche” in una sera d’inizio estate.

Dopo la piacevole chiaccherata che ebbi un paio di mesi fa con i ragazzi del gruppo Kerygmatic project, che ai tempi erano ancora in fase di mixaggio del loro disco, ero curioso di vederli in una dimensione live. L’ascolto del master in anteprima mi aveva lasciato veramente una impressione più che positiva quindi ho aspettato che venisse confermata la data della presentazione ufficiale del disco a Stresa (città natale del trio) e mi sono preparato a gustarmi questa esibizione.

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Qua vorrei esprimere una piccola critica nei confronti dell’organizzazione dell’evento da parte del comune,con tutto lo spazio disponibile in città, si poteva trovare una location un po più suggestiva della piazza Cadorna in mezzo alla gente che consumava la loro cena,rovinando irrimediabilmente l’atmosfera sognante che evoca il prog trasformandola in una esibizione un pò surreale,il banco mixer era piazzato proprio a ridosso ai tavoli di un ristorante…….fate vobis

Nonostante le avversità e le sfighe dell’ultimo minuto tra cui un temporale incombente che ha minato la calma zen di Sam (il frontman) e ha rischiato di far saltare tutto,il concerto è cominciato ed è scivolato via piacevole i ragazzi ci tenevano a fare bella figura in casa e le sensazioni positive che avevo avuto durante l’esibizione avevano comfermato le mie prime impressioni.

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La performance è stata buona ed ha riscosso anche assensi,ho notato che al classico pubblico fatto di amici e parenti che fanno numero, ma non sono un metro equo di comparazione per vedere quanto la musica venga recepita,si erano aggiunti anche turisti ed alcuni hanno azzardato pure a cimentarsi in una sorta di ballo, segno secondo me che il messaggio era stato recepito cosa che sono sicuro che ha fatto gongolare un paio dei ragazzi.

Dopo tutte le varie sfighe e fatiche ed una partenza un pò timida hanno raccolto i loro meritati applausi e a fine serata sono riusciti anche ad autografare qualche CD. Vi lascio infine con il video live della canzone Greek Star Gallery che da anche il titolo al loro album spero che vi piaccia!

The Kerygmatic project,suoni progressivi sulle sponde del lago.

Il prog rock nasce a cavallo degli anni 60/70 in un epoca  profondamente segnata da forti tensioni sociali e da cambiamenti di moda e costume in cui la musica rock viveva un relativo periodo stagnante di creatività dopo gli sfolgoranti anni 60 che hanno portato il rock alle radici del blues, le nuove generazioni si trovarono nella scomoda posizione di evolvere il loro modo di fare rock.

Nuovi artisti fecero della parola “contaminazione” una vera e propria parola d’ordine; dal folk al jazz passando per la musica classica, le composizioni cominciavano ad acquistare maggiore ariosità e si ammalgavano con il forte estetismo teatrale dal sapore lisergico. Tra i migliori interpreti di questa nuova era del rock troviamo nomi del calibro di King Crimson,Genesis,Jetro Thul,Yes,Emerson Lake and Palmer che a loro volta andarono ad influenzare una nuova generazione di musicisti che elevarono il prog a livelli sublimi attraverso tutti gli anni 70, sino a influenzare il pop dei primi anno 80.

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Fatta questa piccola introduzione vorrei presentarvi i Kerygmatic project, un trio nato sulle sponde del Lago Maggiore, dediti a portare avanti la tradizione del prog. Samuele, Marco e Danilo che hanno convogliato le loro anime musicali ad un punto di fusione hanno generato la loro creatura e si preparano a presentare, dopo un lungo periodo di gestazione, il loro secondo genito Greek Star Gallery.

L’intervista che segue è stata realizzata nel loro quartier generale presso la Dream Lake Studios di Stresa una piacevole chiaccherata con dei ragazzi che hanno la passione per la musica.

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1) Raccontatemi la vostra storia

Danilo: (episodio significativo) Due giorni dopo aver conosciuto Samuele, ci ritrovammo a casa di Jacopo, un amico comune, per suonare insieme. Un basso e una piccola batteria elettronica, una Yamaha DD-12, tutto qui. Quella fu la prima volta che io e lui improvvisammo qualcosa, trovando subito un ottimo feeling. Neanche 20 minuti dopo ci accorgemmo che fuori dalla porta a vetri della stanza in cui suonavamo si erano accalcati gli altri nostri amici, tutti lì ad ascoltare le nostre “strane” (per loro) improvvisazioni. Credo che in quel momento sia io che Samu ci rendemmo conto che qualcosa di nuovo stava nascendo, musicalmente. Di sicuro mi convinsi che, fino a quel momento, non avevo mai suonato con un bassista del genere e che se un domani avessi fondato un nuovo gruppo, lui avrebbe dovuto farne parte. I Kerygmatic Project sarebbero arrivati molto più tardi, ma… sì, secondo me la scintilla si accese quel giorno.

Marco: La nostra è una storia davvero semplice: tre persone accomunate da una passione si incontrano e realizzano ciò che più piace loro. Senza compromessi, senza limiti, la musica fin dall’inizio è venuta fuori in modo naturale. È bastato trovarci un giorno di molto tempo fa per capire che la volontà di costruire qualcosa di serio era comune e che da lì in poi avremmo intrapreso uno stimolante percorso che a distanza di anni ha portato alla pubblicazione di ben (al momento) due album, cosa probabilmente inimmaginabile ai tempi… o forse no…

Samuele: Raccontare la nostra storia significherebbe riempire le pagine di un libro, e magari un giorno lo si scriverà pure. Focalizzerei l’attenzione su un fatto iniziale. Ricordo uno stupendo pomeriggio d’estate di molti anni fa quando Danilo e Marco si trovavano a casa mia per la prima session di prova della nostra storia, il gruppo, infatti, non esisteva ancora. Ci confrontammo su tutto e decidemmo di tentare di realizzare qualcosa che ci rappresentasse. Io cominciai a dire: “suoniamo colore, suoniamo impressione, suoniamo tempesta o quiete, suoniamo dolcezza, suoniamo sentimento o ragione”. Io intendevo superare le barriere dell’ovvietà e quando, in precedenti occasioni, tentai di proporre le medesime cose ad altri musicisti, fui preso per matto o visionario, e qualcuno mi rispose che non aveva minimamente capito a cosa volessi mirare. Quando Danilo e Marco finirono di ascoltare la mia strana richiesta, sorrisero e cominciarono ad esprimersi suonando, dimostrando di avermi perfettamente inteso. In quel momento compresi che ci eravamo trovati e che i Kerygmatic Project avrebbero rappresentato il luogo concreto della nostra spontanea espressività artistica.

2) Quali sono state le esperienze che vi hanno unito, le vostre influenze?

D: Beh, basta guardare quali siano i nostri musicisti preferiti (e per riflesso i gruppi in cui suonano) per capire cosa ci tiene legati. Oltre all’episodio raccontato prima, che mi lega a Samuele, sono felice di avere un tastierista come Marco. Nonostante la maggioranza dei gruppi che hanno formato la mia cultura musicale abbiano un chitarrista “rilevante”, non sono un amante di questo strumento. Nel senso che non lo vedo come elemento imprescindibile di un brano. Marco riesce a fare con una tastiera quello che molti gruppi relegano alla chitarra. Va da sé che, avendo a disposizione un musicista del genere, qualsiasi influenza musicale uno possa avere, ti può spingere a ben più ampi orizzonti.

M: Le influenze comuni si possono riassumere in una sola parola: MUSICA. A prescindere da tutto è sempre stata la passione per questa forma d’arte che ci ha spinti ad andare sempre più avanti, alla ricerca di sonorità nuove e moderne. Dal progressive rock, alla musica classica e perché no alla musica elettronica, ogni nota suonata, ogni fraseggio ascoltato ha contribuito a dare quel tocco di originalità in più alla nostra “unione sonora”. La formazione un po’ particolare per i tempi che corrono e la necessità di avere un suono ricco ci hanno inoltre spinti ad utilizzare sempre di più la tecnologia in maniera coinvolgente cercando di prendere le distanze dal binomio “tecnologia = freddezza”. E proprio questa passione per l’elettronica è un altro aspetto che in un modo o nell’altro ha decretato la nostra unione. Le mie personali influenze? Beh da Emerson, a Chick Corea molti sono stati gli ispiratori; diciamo che se dovessi fare un elenco, probabilmente questa intervista risulterebbe un po’ troppo stretta.

S: A partire dal 1995 circa ho cominciato a studiare il progressive rock e mi sono interessato, in modo particolare, al ruolo del bassista cantante. Le mie passate esperienze musicali, infatti, mi avevano condotto a suonare come bassista, o al massimo come bassista corista. I gruppi con cui ebbi modo di esibirmi all’epoca, dal rock al jazz, avevano generalmente un cantante che svolgeva quella funzione e basta, o, in taluni casi, un cantante che era anche chitarrista. Fu durante un’esperienza solista come bassista cantante nel 1996 che un jazzista presente al concerto mi convinse di percorrere la strada del bassista cantante. Nel 1996 gli Emerson Lake & Palmer influenzarono la mia intima esigenza di formare un trio che avesse quella medesima statura espressiva, soprattutto nello stile della formazione; per cui quando conobbi Danilo, che sapeva suonare la batteria in quel modo così speciale, e Marco, che riusciva a creare quelle sonorità così grandiose e particolari, fui immediatamente convinto che il sogno si sarebbe di lì a poco realizzato. Oggi, a distanza di così tanto tempo dal nostro primo incontro, posso con certezza affermare che Marco e Danilo restano per me i due artisti più importanti con cui abbia mai avuto l’onore di collaborare.

3) In due parole raccontatemi il significato di “KERYGMATIC PROJECT”

D: Lascio a Samuele l’etimologia della parola “Kerygmatic”. Il “Project” non è stato messo lì per caso. Il nome del gruppo è una sorta di contenitore in cui convergono pensieri, suoni, immagini… insomma, tutto ciò che può essere considerato sotto il termine “arte”. Il nostro è un “progetto” che ha come obiettivo ultimo l’espressione degli elementi che lo compongono.

M: MUSICA INNOVATIVA… diciamo che non è proprio la traduzione letterale, ma è il significato che secondo me meglio descrive il nostro nome.

S: Il termine Kerygmatic deriva dal termine greco Kerygma, che essenzialmente significa annuncio, ed ha una connotazione molto particolare nel contesto del pensiero filosofico e teologico cristiano. Il nostro “progetto kerygmatico” è testimoniato dall’essere artisti impegnati nella comunicazione della nostra arte, senza il timore di esplicitare le fonti spirituali e culturali che costituiscono sempre il nostro punto di riferimento.

4) Le grandi band prog sono legate ai concept creando delle vere e proprie “storie” lunghe uno o più album. Siete anche voi legati a questo dogma?

D: Il progressive rock è nato e si è sviluppato in un periodo storico ben preciso. E molto diverso da quello in cui viviamo oggi. Probabilmente un concept album oggi non sarebbe compreso interamente. Va anche detto che è cambiato il modo di fare musica e il mercato stesso che la alimenta. Forse oggi ha molto più senso esprimere un concetto all’interno di un singolo brano, piuttosto che dilatarlo in un intero album. Questo non significa che non mi interessi creare un concept album, solo che non lo considero come un dogma a cui attenermi imprescindibilmente.

M: I tempi a mio parere sono cambiati. Oggi si vive nell’era dell’Ipod, della musica “mordi e fuggi” dove probabilmente una storia lunga più album non avrebbe poi molto senso. Il termine “concept” può magari aderire meglio ad altre forme artistiche (in letterature gli esempi sono numerosi), ma vedo difficile che il pubblico si appassioni a qualcosa che non può vivere interamente nel più breve tempo possibile a meno che non appartenga ad una nicchia di appassionati. Creare un album “stand alone” non significa necessariamente cercare di esaurire un concetto in pochi minuti. Un pensiero può anche essere suddiviso in molti episodi autoconclusivi, senza tenere nascosto quel filo comune che li lega.

S: La creazione di un concept album ha sempre significato per l’artista che lo confeziona, non sempre però per chi lo ascolta. Quando si dice che l’arte è espressione, si afferma una cosa sensata, ma talvolta ciò che si esprime veramente non è inteso dal grande pubblico: bisogna sempre aver presente chi sia il vero destinatario di un’opera; è una questione di onestà intellettuale, per cui, a volte, è più importante il non detto, cioè l’inespresso, che il detto. Alcuni concept del passato, penso a Tales from topographic oceans degli Yes, resteranno sempre affascinanti ed enigmatici, anche se oggi, al di là degli appassionati veri, credo sia molto difficile trovare qualcuno che sia disposto ad impegnarsi nell’ascolto di quei materiali e che, allo stesso tempo, sia dotato di una preparazione adeguata per poterlo fare. Il concept, comunque, non deve essere un dogma, ma una possibilità espressiva, esplicita o implicita, che risponde ad esigenze intime dell’artista; anche perché nel contesto di un album potrebbero esserci più idee guida. L’esempio più immediato? Il nostro Greek Stars Gallery. L’album, infatti, risponde a questa esigenza di ben tre idee guida che si intersecano continuamente, per cui potrebbe essere definito addirittura un multi-concept.

5) Quale filo logico seguite nel songwriting?

D: In due parole? Tutto ciò che ci esprime al meglio. E la cosa bella è che c’è massima libertà decisionale da parte di ognuno. Forse in questo caso vale il termine “il fine giustifica i mezzi”, che tradotto significa: ho in mente cosa dovrebbero fare il basso o le tastiere in un punto, ma ascolto le idee di Samuele e Marco. Se alla fine ci si rende conto che sono migliori della mia idea originaria, si usano.

M: Si lavora sempre con tre teste pensanti! Da questo pensiero comune nasce sicuramente qualcosa che rispecchia le nostre idee, sia per quanto riguarda le sonorità che l’arrangiamento. Ognuno insomma dà il suo contributo senza soffocare le idee degli altri. Posso inoltre dire che, visto e considerato il numero esiguo di componenti, anche le discordanze vengono riappacificate senza nessun problema.

S: Si cerca sempre di lavorare nel modo migliore. Difficilmente le cose nascono a casaccio, può anche succedere, ma non è la regola. I Kerygmatic Project scrivono col cuore certamente, ma anche con la testa, per cui ciò che si realizza deve avere una ragione. Non si deve confondere il metodo e la disciplina con l’ispirazione, quasi si trattasse nell’insieme di una cosa glaciale. Non è così. È l’armonia dell’insieme che permette la realizzazione di qualcosa di importante. Il parere di tutti e tre è determinate: “uno per tutti e tutti per uno”, verrebbe da dire, citando il motto dei moschettieri di Alexandre Dumas (padre).

6) Parlatemi del vostro disco……

D: Greek Stars Gallery nasce dall’idea di unire il classico al moderno. Certo non è una cosa che nessuno ha mai fatto prima, ma sicuramente è qualcosa che l’attuale mercato musicale non conosce, non in questo modo almeno. A differenza del nostro primo album (Nothing but Truth), che era molto più variegato anche in ambito compositivo, in Greek c’è una sorta di unità di fondo. Inizialmente può essere identificata con l’impiego dell’orchestra (presente praticamente in ogni brano), ma ascoltandolo attentamente si può percepire che questa sorta di legame va più in profondità. Credo che mostri perfettamente l’unione musicale che c’è tra noi.

M: È bello, orecchiabile, da Ipod (ma forse questo non è un complimento eheheh )… insomma… ascoltatelo… punto

S: Greek è un album coraggioso in cui i diversi elementi che confluiscono attestano la sintonia creativa che ci accomuna.   

7) Come vi relazionate con i live? Non temete il paragone con Ian Anderson, Peter Gabriel con la loro teatralità e fisicità?

D: Quelli erano altri tempi. Se Samuele si conciasse come Peter Gabriel, oggi non verrebbe capito. Qualcuno potrebbe pensare che questo genere di musica preveda la teatralità, sempre. Personalmente non la ritengo un elemento fondamentale. Certo, lo spettacolo ci deve essere, perché di spettacolo si parla. Uno va ad un concerto “anche” per vedere, non solo per ascoltare. Ma chiariamo subito una cosa: noi non siamo gli Yes o i Genesis! Noi ci ispiriamo anche a loro ma siamo altro. Con un po’ di ambizione dico che vogliamo essere quello che il progressive rock può essere oggi, in questo periodo musicale. Di più, quando quei gruppi vivranno solo attraverso le loro registrazioni, la nostra musica dovrà essere considerata come la figlia legittima di un genere che si è rinnovato mantenendo la propria tradizione.

M: Non voglio paragonare il nostro gruppo ad altri che in un modo o nell’altro hanno già fatto storia. Noi siamo semplicemente noi stessi. Nei live cerchiamo di dare tutto per noi ma anche e sopratutto per il pubblico. La soddisfazione di sentire la gente applaudire non ha prezzo. E se il ritorno del pubblico è caloroso, vuol dire che il nostro lavoro l’abbiamo fatto davvero bene a prescindere da maschere, teatralità, travestimenti.

S: Bisogna sapersi rinnovare nella tradizione! Non mi sono mai considerato un leader, né tantomeno un leader carismatico come Peter Gabriel o Ian Anderson, e non nascondo che il palco mi spaventa sempre. Credo che il giorno in cui non mi facesse più quell’effetto smetterei di salirci, perché non mi sentirei più onesto di fronte al pubblico. Io, per quanto posso, cerco di essere semplicemente uno strumento evocativo in grado di creare suggestioni che delicatamente hanno la pretesa di giungere ad un pubblico che abbia ancora voglia di pensare ed ascoltare. Mi considero un romantico con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi ben piantati per terra.  

8) Quando vi vedremo suonare dal vivo?

D: A giugno presenteremo dal vivo il nuovo album, Greek Stars Gallery. Al momento non possiamo ancora comunicare le date, passate sul nostro sito per rimanere aggiornati!

M:Spero il più presto possibile, per ora abituate le orecchie ascoltando i nostri album

S: A breve vi faremo sapere.

Ringrazio i ragazzi per la loro disponibilità e per la loro simpatia e consiglio a chi volesse conoscere di più loro e la musica e il “Kerygmaticpensiero” potete sempre connettervi al seguente link: www.kerygmaticproject.com

E per farvi un’idea di quello che sarà Greek Star Gallery  vi lascio con un teaser che potete trovare su you tube.

Appunti di viaggio: School complaination

Fin da bambino ho sempre sentito dire che i neri hanno la musica nel sangue,può sembrare una frase stereotipizzante e anche un pò razzista,ma in realtà lo trovo abbastanza calzante.Il ritmo e la musica o i suoni erano tra le prime forme di comunicazione che l’uomo abbia mai usato,nella cultura tribale africana la musica ha molteplici funzioni culturali,attraverso la musica tramandano tradizioni,raccontano storie esprimono la loro cultura e la loro storia.

Il raggae non è solo musica ma è l’evoluzione di questa tradizione orale e un modo che hanno i giamaicani per raccontare la loro storia la loro quotidianità la loro cultura.Questo pensiero me lo ha messo in testa la piccola Lilly,la figlia di Bianka la ragazza che mi ha ospitato nel mio soggiorno a Port Antonio,che per esprimere la sua avversione per la scuola ha scritto una canzone che cantava di continuo,anche io ai miei tempi da studente non amavo andare a scuola come tutti penso.Il sogno della piccola Lilly è quello di diventare una diva come Beyoncè e a 12 anni ha già una sua band e canta anche in un duo con la sua amica Kelly e si fanno chiamare “the crazies” ovvero le pazze.

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Sentendole tutti i giorni provare e cantare,un giorno per ridere le ho detto che e avrei registrate e avrei montato un video che avrei caricato sul mio canale youtube………

NON L’AVESSI MAI FATTO………

la piccola popstar mi ha preso terribilmente sul serio e tempo zero comunicato la notizia alla sua socia hanno raddoppiato le prove……era così felice,andava ingiro ripetendo che avrebbe avuto il suoprimo video e sarebbe stata una celebrità nella sua scuola!!!Purtroppo i mezzi tecnologici a mia disposizione si limitavano al mio lettore mp3 che registra file audio e un fotocamera digitale con la batteria scarica,quindi ho messo in mano il registratore alle ragazze e dalla traccia audio e un po di foto scaricate da internet ecco a voi il video di School complaination by Lilly feat. Kelly!!!

Di sicuro alle ragazze la grinta non manca e penso alla fine di tutto non importa se la canzone merita o meno,quello che mi ha fatto piacere e che due bimbe per un giorno si sono sentite dive!La musica e la fantasia di bambine che altro sarebbe servito!?

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